Il fornitore ha abbandonato il progetto: cosa fare adesso
Prima gli accessi, poi la rabbia. In quest’ordine, perché il tempo lavora contro di te.
Ultima risposta diciotto giorni fa. Prima le email erano lunghe, poi corte, poi solo «ti aggiorno lunedì». Adesso il telefono squilla a vuoto e tu hai pagato due acconti su tre.
È una situazione che fa arrabbiare, e la rabbia è legittima. Solo che nelle prime due settimane non serve a niente, e il tempo che passa mentre la smaltisci lavora contro di te: i domini scadono, i server si spengono per mancato pagamento, gli account si chiudono da soli. Prima si recuperano le chiavi, poi si fa il conto dei danni.
Le prime 48 ore servono a recuperare gli accessi, non a stabilire di chi è la colpa
Fai una lista di sei voci, su un foglio, e riempila. Ogni riga ha una sola domanda: questa cosa a nome di chi è, e ci arrivo da solo?
Il dominio. È la voce più urgente in assoluto, perché ha una scadenza e nessuno ti avvisa. Chi è l’intestatario si controlla in pochi minuti sul registro pubblico dei domini .it. Se è intestato al fornitore, la richiesta di trasferimento è la prima cosa che scrivi. Se scade mentre litigate, può comprarlo chiunque.
L’hosting o il server. A nome di chi è il contratto, con quale carta viene pagato, quando è la prossima scadenza. Se paga lui con la sua carta e smette di pagare, il sito si spegne senza preavviso e i dati restano lì dentro finché il fornitore del server non li cancella.
Il codice. Dove sta scritto e chi ha le credenziali per scaricarlo. Se non hai mai visto uno spazio dove sta il codice, chiedilo per iscritto adesso.
I dati e i backup. Dove sta il database, quando è stata fatta l’ultima copia, dove è salvata. Se riesci a scaricare una copia oggi, fallo oggi, anche se non sai cosa farne. Un file che non sai leggere è comunque meglio di un file che non hai.
I servizi esterni collegati. Invio email, pagamenti, messaggi, mappe, firma digitale. Sono account con un abbonamento e un intestatario, e ognuno può spegnersi per conto suo.
Le email e i messaggi scambiati. Non è burocrazia: è l’unica cronologia esistente delle decisioni prese. Esportala e mettila in una cartella.
Sul come chiedere, due indicazioni pratiche. Scrivi una richiesta scritta e civile, con l’elenco puntato di cosa ti serve e un termine — dieci giorni lavorativi è ragionevole — meglio se via posta elettronica certificata o raccomandata, così esiste una data. E resta educato anche se non te lo merita: in questo momento hai bisogno che risponda, e una persona insultata smette di rispondere del tutto. La partita dei soldi la aprirai dopo, con il tuo avvocato, quando le chiavi saranno già tue.
Se invece gli accessi ce li hai già: scarica tutto prima di cambiare qualunque password. Revocare gli accessi al fornitore prima di avere le copie in mano è il modo più veloce per spegnere qualcosa senza sapere come si riaccende. E se una scadenza cade in questi giorni, pagala tu e discuti dopo di chi era la spesa: un dominio perso non si recupera con una lettera.
Poi si guarda cosa si salva, e di solito è più di quanto sembri
La sensazione, in questa fase, è che sia tutto da buttare. Quasi mai è vero.
Il codice a metà, anche se scritto male, contiene una cosa che vale: le decisioni. Come si chiamano le entità, quali casi strani sono stati gestiti, come funziona il calcolo che nessuno ricorda più. Un tecnico che lo legge in mezza giornata riesce a dirti cosa c’è dentro, anche se poi si butta.
Ma la parte che vale davvero non è il codice: è la conoscenza di cosa il software deve fare. Quella l’hai costruita tu, in mesi di riunioni, e ora è sparsa fra la tua testa, tre email e un blocco di appunti. È anche la parte che si perde più in fretta, perché fra sei mesi non ti ricorderai perché avevate deciso in quel modo.
Quindi, finché è fresca, mettila per iscritto. Due ore con le persone che hanno seguito il progetto e ti porti a casa: l’elenco delle schermate previste, chi le usa, le regole di calcolo, i casi particolari e le cose che avevate deciso di lasciare fuori. Questo documento è il tuo bene più prezioso, ed è quello che consegnerai al prossimo fornitore per non ricominciare da zero. Se preferisci non scriverlo da solo, è esattamente il lavoro che copre un blueprint da 500 €, e nel tuo caso metà del materiale ce l’hai già.
Si salvano quasi sempre anche due cose a cui nessuno pensa. I dati che sono già stati caricati dentro — anagrafiche sistemate, listini, storico importato — sono ore di lavoro tuo, non suo, e si tirano fuori dal database anche senza il software attorno. E la grafica: schermate, colori, disposizione delle voci. Se erano state approvate, restano valide.
Non si salva, invece, il tempo. Il progetto ripartirà da un punto più indietro di dove pensi, perché chiunque arrivi dopo deve prima leggere, e leggere è lento. Mettere in conto quattro-sei settimane prima di rivedere una riga nuova è realistico; sentirsi dire che si riparte la settimana prossima è il primo segnale che il fornitore nuovo non ha guardato niente.
Riprendere o rifare: come si decide
Non è una questione di principio. È un conto in giornate, e dipende da cinque cose.
| Cosa guardi | Fa pendere verso riprendere | Fa pendere verso rifare |
|---|---|---|
| Quanto è avanti davvero | Qualcosa funziona e una persona vera l’ha usato | Funziona solo sul computer di chi l’ha scritto |
| Il codice è tuo? | Sì, sta nel contratto | No, o non è chiaro |
| Tecnologie usate | Diffuse, le conoscono in molti | Un sistema interno del fornitore |
| Leggibilità | Un tecnico terzo la capisce in mezza giornata | Nessuno ci si raccapezza |
| Qualcuno risponde | Il fornitore risponde almeno alle domande tecniche | Silenzio totale |
Una regola grossolana che funziona: se il progetto è oltre la metà ed è leggibile, riprendere costa meno. Sotto la metà, riprendere costa quasi sempre più che rifare, perché capire il codice scritto da un altro è lavoro lento e invisibile — e lo paghi tu senza vedere niente di nuovo sullo schermo per settimane.
Per decidere, fai fare una valutazione a un tecnico terzo: mezza giornata di lettura, un paio di centinaia di euro, e ti dice cosa c’è. Non chiederlo a chi dovrà rifarlo, perché non è una persona neutrale — la stessa ragione per cui non ti serve un socio tecnico per prendere questa decisione: ti serve un parere indipendente, pagato, una volta sola. E chiedi il conto nelle due direzioni, giornate per riprendere e giornate per rifare, non un’opinione.
Ultima cosa, poco piacevole ma vera: la strada scelta va scelta a mente fredda. Rifare tutto solo per non dare soddisfazione a chi è sparito costa spesso qualche migliaio di euro di orgoglio.
Come non ricascarci al prossimo giro
Tre abitudini, e nessuna delle tre costa soldi.
Gli account sono intestati a te dal primo giorno. Dominio, server, servizi esterni: contratti a tuo nome, pagati con la tua carta. Il fornitore entra come collaboratore. Sembra una diffidenza ed è normale amministrazione, come le chiavi del capannone.
L’accesso al codice ce l’hai dal primo giorno, non alla consegna. Anche se non lo sai leggere. Non serve che tu lo capisca: serve che esista una copia in un posto che controlli tu e che si aggiorni mentre il lavoro procede.
Le consegne sono a pezzi, non tutte alla fine. Ogni due o tre settimane qualcosa che si apre e si prova, anche piccolo. I pagamenti seguono le consegne. Chi lavora sei mesi in silenzio e mostra tutto alla fine ti sta chiedendo di scommettere; e se sparisce al quarto mese, non hai niente in mano. Le altre cose da mettere per iscritto prima di firmare stanno nelle sette domande da fare prima di firmare un preventivo.
Nessuna di queste tre ti protegge dal fornitore che smette di lavorare. Ti proteggono dal fatto che, quando smette, tu resti senza niente.
Il progetto fermo che hai adesso non è la parte peggiore della storia. La parte peggiore è il mese che passa mentre aspetti che quello risponda, e quello dipende ancora da te.