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Meglio un’app o un sito web? Il test in quattro domande

Quasi sempre, in azienda, la risposta giusta è quella che nessuno chiede.

«Ci serve un’app.» Nove volte su dieci la frase arriva prima del problema, e dietro non c’è un ragionamento: c’è che l’app sembra la cosa seria, quella che si vede sul telefono, quella che ha anche il concorrente.

A volte serve davvero. Più spesso costa il doppio, si usa la metà e nessuno la installa. Queste quattro domande servono a capire in quale dei due casi sei, e si rispondono in dieci minuti senza sapere niente di tecnologia.

Prima mettiamoci d’accordo su cosa stiamo confrontando

Con «app» si intende il programma che si scarica dallo store, si installa sul telefono e ha un’icona. Con «applicazione web» si intende un programma vero — con utenti, permessi, dati, la stessa roba — che però si apre da un indirizzo, senza installare niente, e funziona sul computer, sul tablet e sul telefono.

Non è «app contro sito vetrina». Un’applicazione web non è un sito con le foto e i contatti: è un software, che si comporta come un software. La differenza vera fra le due strade è come ci si arriva e chi la deve mantenere.

La usano ogni giorno o due volte l’anno?

È la domanda che pesa di più. Un’app si giustifica quando entra nella routine: la apri tutti i giorni, più volte, e l’icona sulla schermata iniziale ti fa risparmiare secondi che si sommano.

Se il tuo strumento si usa due volte l’anno — la richiesta di ferie, il modulo di iscrizione, il rinnovo, il preventivo annuale — l’app è la scelta sbagliata anche se fosse gratis. Chi la deve usare l’ha disinstallata da mesi, o non ricorda la password, o non ricorda di averla installata. Un link che arriva via email funziona meglio, perché non chiede di ricordarsi niente.

Regola grossolana: sotto una volta alla settimana per persona, l’app non tiene.

Serve che funzioni senza rete, o che usi la fotocamera, il GPS, le notifiche vere?

Qui si passa dalle preferenze ai fatti. Ci sono cose che un’app installata fa bene e un’applicazione web fa male, o non fa proprio. Lavorare senza connessione per ore e sincronizzare dopo. Leggere codici a barre in sequenza per centinaia di pezzi. Seguire la posizione mentre l’app è chiusa. Parlare con uno strumento via Bluetooth. Mandare notifiche che arrivano davvero e subito.

Se il tuo caso è in questo elenco, hai una ragione tecnica seria, e le ragioni tecniche vincono sulle preferenze.

Se invece la risposta è «la fotocamera ci serve per allegare una foto ogni tanto», non è una ragione: la fotocamera si usa anche da un’applicazione web, e per una foto ogni tanto basta.

Le persone la installerebbero davvero?

Fatti la domanda più onesta di tutte: quante app hai installato tu, di tua volontà, negli ultimi tre mesi? Per quasi tutti la risposta è zero, una, forse due.

Ora immagina di chiedere lo stesso a un cliente, a un fornitore, a un installatore che lavora anche per altre tre aziende. Installare è una barriera: serve lo store, serve la password del telefono, serve spazio, e serve un motivo abbastanza forte. Ogni passaggio perde persone.

Se stai contando su un’adozione volontaria da parte di gente che non è obbligata, prevedi che la maggior parte non installerà. Se invece la usa il tuo personale, con il telefono aziendale, e l’installazione la fai tu, questa barriera non esiste — ed è la ragione per cui la domanda seguente cambia tutto.

Chi la deve usare è dentro o fuori dall’azienda?

Dentro: puoi obbligare, puoi installare tu, puoi formare le persone, e i telefoni li scegli tu. Un’app ha senso più facilmente.

Fuori: non puoi obbligare nessuno. Ogni requisito che aggiungi — installa, registrati, aggiorna — è gente che si ferma prima. Verso l’esterno il web vince quasi sempre, perché il costo di ingresso è un link.

Ogni giornoDue volte l’anno
Persone interneL’app ha senso, se serve anche l’hardwareApplicazione web
Persone esterneApplicazione web, app solo se l’hardware è indispensabileApplicazione web, senza dubbi

Il costo vero dell’app non è il doppio: è ogni anno

Questa è la parte che nei preventivi si vede poco e nei bilanci si vede benissimo.

Sono due lavori, non uno. iPhone e Android sono due sistemi diversi. Anche usando strumenti che permettono di scrivere una volta sola, restano due versioni da provare, due comportamenti diversi e due volte i problemi strani.

In mezzo c’è chi approva. Le app passano da una revisione degli store, che ha i suoi tempi e può anche dire di no. Vuol dire che una correzione urgente non è mai davvero immediata: la mandi e aspetti. Sulla web la correzione è online in mezz’ora.

Gli aggiornamenti non sono facoltativi. Ogni anno escono versioni nuove dei sistemi operativi e cambiano le regole di pubblicazione. Un’app che non viene aggiornata smette di funzionare bene e, dopo un po’, non è più pubblicabile. Questo lavoro non produce nessuna funzione nuova per te: serve solo a restare dove sei. Metti in conto una manutenzione ricorrente ogni anno, più il canone degli account sviluppatore.

Nei numeri della pagina dei prezzi la forbice è chiara: un’applicazione web su misura sta fra 10.000 e 35.000 €, un’app fra 15.000 e 60.000 €. La differenza iniziale è già evidente, ma quella che conta è la seconda: sull’app la manutenzione annua obbligatoria è più alta, e non smette mai. Fai il conto su cinque anni prima di scegliere, non sul primo.

In azienda, quasi sempre, la risposta è un’applicazione web fatta bene

Il magazziniere non ha bisogno di un’icona sul telefono: ha bisogno di uno schermo grande e di un campo dove digitare in fretta. Il commerciale in giro ha bisogno di aprire una scheda cliente dal telefono in trenta secondi, e un link fa esattamente quello. L’ufficio ha bisogno che, quando cambia una regola, cambi per tutti lo stesso giorno, senza aspettare che quattordici persone aggiornino qualcosa.

Un’applicazione web fatta bene si apre da un indirizzo e si aggiunge alla schermata iniziale del telefono con la sua icona: quasi nessuno si accorge che non è un’app. Si aggiorna da sola per tutti, e per correggerla non serve il permesso di nessuno.

L’app serve sul serio in quattro casi: quando si lavora dove la rete non c’è, quando serve l’hardware in modo continuo, quando le notifiche devono arrivare in tempo reale e a colpo sicuro, e quando l’app è il prodotto che vendi al pubblico. Fuori da questi quattro, la stai comprando per come suona.

Se il dubbio resta, si parte dal web e l’app viene dopo

È la via di mezzo che funziona, e non è un compromesso al ribasso. La parte sotto — i dati, le regole, gli utenti, i permessi — è la stessa per entrambe le strade, ed è anche la più costosa. Se la costruisci bene per il web, il giorno in cui l’app servirà davvero avrai già fatto la metà del lavoro.

Nel frattempo scopri una cosa che nessun preventivo ti può dire: quali funzioni la gente usa davvero. È lo stesso principio della versione più piccola che qualcuno pagherebbe, applicato alla scelta della tecnologia invece che a quella delle funzioni.

E quando arriverà il preventivo, chiedi in che modo il prezzo cambia fra le due strade e quanto costa mantenerle ogni anno: è la quinta e la sesta delle sette domande da fare prima di firmare.

Il punto non è che le app siano una brutta cosa. È che l’app è una scelta di distribuzione — come le persone arrivano al tuo software — e viene dopo la domanda su cosa il software deve fare. Quasi tutti la fanno per prima, e poi passano un anno a chiedersi perché nessuno l’ha scaricata.